| OSVALDO PROVVIDONE: NOVANT’ANNI, TUTTI A COLORI |
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| Scritto da Angelo Vecchi |
| Venerdì 06 Agosto 2010 10:46 |
Novara. Famigliari, amici, conoscenti e ammiratori si sono raccolti stamane [ieri per chi legge ndr] nella chiesa di Sant’Antonio per l’ultimo saluto a Osvaldo Provvidone. Il Maestro era stato ricoverato una decina di giorni fa nell’ospedale cittadino per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Lunedì scorso, era stato trasferito alla Divina Provvidenza dove si è spento all’età di novant’anni. Schivo e appartato, come il suo percorso di ricerca formale, rigoroso e incapace di mezze misure, come esigeva la sua onestà dei tempi andati, e soprattutto di sconfinata bontà e generosità: così lo ricordano, e lo porteranno nel cuore, coloro che lo hanno conosciuto. Provvidone, nato a Novara nel 1920, si era formato all’Accademia Albertina allora affidata alla direzione di Felice Casorati. Aveva studiato alla scuola di Enrico Paulucci (1901-1999), uno degli artefici del
rinnovamento del linguaggio pittorico italiano. Infatti, dopo una prima esperienza futurista e un fecondo soggiorno parigino, il pittore genovese era diventato, tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, esponente del cosiddetto gruppo dei “Sei di Torino”. Dal 1939, Paulucci era stato chiamato alla cattedra di pittura dell’Accademia Albertina, di cui poi sarà direttore e presidente. Il suo studio era diventato terreno fecondo di scambi, di confronti e di appassionate discussioni, ravvivato dalla presenza, tra gli altri, di Argan, Moravia, Cremona, Venturi, Menzio, Carlo Levi, Chessa, Galante e Boswell. Per Provvidone, quella fu una stagione unica, di fondamentale importanza. Del 1949, è la sua prima esposizione a Novara. Del maggio 1967, la prima personale novarese alla Cruna. Sono questi anni Sessanta, momenti di grande fermento e di altrettanto vistose incertezze. Provvidone partecipa all’attività del Gruppo Artisti e Amici dell’Arte, sorto per onorare la memoria di Camillo Pasquali, già sindaco della città, cultore d’arte e pittore. Si raccolgono nel gruppo pittori, critici e semplici appassionati da Bonfantini a Calvari, da Balosso a Rosci, da Fonio a Buchetti, Vanzaghi, Catanzaro, Delfino, Gruppi, Malinverni, Buchetti, ecc. Si discute di pittura, di cultura, di come far conoscere e apprezzare ai novaresi l’arte contemporanea. Si organizzano eventi, momenti d’incontro, mostre. In quegli anni, viene allestita in città la prima personale novarese di Casorati e Provvidone è tra gli animatori dell’iniziativa. Tuttavia, Provvidone non rinuncerà mai alla sua forte specificità e non abbandonerà nemmeno un istante il suo sentiero scosceso, fuori mano e la sua sperimentazione solitaria. Si confronta con la grafica, il design industriale e le tecniche miste. Nel suo atelier di corso Risorgimento, spazia dall’olio alla china, dalla rolla all’acquaforte, dalla tempera all’olio su carta telata, dall’acrilico alla cera, dalla ceramica alla tecnica polimaterica in un tentativo incessante di dominare l’inquietudine interiore attraverso il rigore del linguaggio e di una forma che sfugge, l’incisività del segno, del gesto e della struttura compositiva. C’è in questa irrequietezza la ricerca di intere generazioni, quelle che hanno visto tra le due guerre mondiali andare in pezzi le certezze di un tempo, trascolorare gli ultimi frammenti della civiltà contadina e della vecchia Novara, inghiottite dall’avanzata impetuosa della fabbrica, della tecnologia e del mercato: una trasformazione grandiosa, inebriante, impossibile da dominare, che produce angoscia, alienazione e manda in frantumi la realtà. Individualità e funzione sociale dell’arte sono sempre stati i due poli che hanno alimentato l’opera di Provvidone. Per questo, i risultati della sua avventura solitaria tra i colori e la materia hanno sempre avuto un riscontro pratico attraverso l’industrial design e l’attività d’insegnamento, il primo svolto in particolare per una della migliori industrie tessili, la Doppieri, l’altro dapprima presso l’Istituto del Figurino e della Moda di Torino, quindi presso il Liceo Scientifico e l’Istituto Tecnico Omar di Novara. Nel 2007, si è tenuta una sua antologica. Nel 2008, è apparsa per i tipi di Italgrafica la monografia Appunti di pittura, con 56 opere che vanno dal 1947 al 2004, precedute dalle note storiche e critiche di Marco Rosci e Roberto Moroni. Provvidone dedicò questo compendio esistenziale alla memoria dei fratelli Giuseppe e Amos Stangalini, i due valenti artisti novaresi scomparsi in età giovanile le cui opere pittoriche “sono andate disperse e ignorate dai concittadini novaresi”. La sua ultima mostra, che lo consacra tra i protagonisti assoluti del Novecento novarese, è stata nel gennaio 2009 alla Barriera Albertina. Dipinse finché ebbe forza, fino all’ultimo. Un’intera vita. Tutta a colori, a splendidi colori. |
| Ultimo aggiornamento Domenica 08 Agosto 2010 18:29 |


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Novara. Famigliari, amici, conoscenti e ammiratori si sono raccolti stamane [ieri per chi legge ndr] nella chiesa di Sant’Antonio per l’ultimo saluto a Osvaldo Provvidone. Il Maestro era stato ricoverato una decina di giorni fa nell’ospedale cittadino per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Lunedì scorso, era stato trasferito alla Divina Provvidenza dove si è spento all’età di novant’anni. Schivo e appartato, come il suo percorso di ricerca formale, rigoroso e incapace di mezze misure, come esigeva la sua onestà dei tempi andati, e soprattutto di sconfinata bontà e generosità: così lo ricordano, e lo porteranno nel cuore, coloro che lo hanno conosciuto. Provvidone, nato a Novara nel 1920, si era formato all’Accademia Albertina allora affidata alla direzione di Felice Casorati. Aveva studiato alla scuola di Enrico Paulucci (1901-1999), uno degli artefici del
rinnovamento del linguaggio pittorico italiano. Infatti, dopo una prima esperienza futurista e un fecondo soggiorno parigino, il pittore genovese era diventato, tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, esponente del cosiddetto gruppo dei “Sei di Torino”. Dal 1939, Paulucci era stato chiamato alla cattedra di pittura dell’Accademia Albertina, di cui poi sarà direttore e presidente. Il suo studio era diventato terreno fecondo di scambi, di confronti e di appassionate discussioni, ravvivato dalla presenza, tra gli altri, di Argan, Moravia, Cremona, Venturi, Menzio, Carlo Levi, Chessa, Galante e Boswell. 
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