| PRECARI: NON AZIONI ISOLATE, MA UNITA' |
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| Scritto da M. Miglio (Coordinamento precari Novara) |
| Venerdì 03 Settembre 2010 12:14 |
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Personalmente non credo che lo sciopero della fame sia una forma efficace di protesta. Quegli insegnanti precari che da Palermo a Milano stanno in questi giorni digiunando nel tentativo di catalizzare l’attenzione della politica e dei media sul macello della scuola pubblica, meritano tutto il rispetto e la comprensione, ma al di là della drammaticità della loro scelta, è ancora più allarmante la disperazione che sta serpeggiando tra i lavoratori della scuola. Si tratta di una disperazione quasi cieca, un senso di timore panico che spinge sempre più uomini e donne disoccupati a prediligere forme di lotta più eclatanti, ma del tutto isolate. La mia impressione è che ormai si dà per assodato che il processo di distruzione della scuola pubblica e le conseguenti decapitazioni di personale siano irreversibili, per cui si procede in ordine sparso dando sfogo a manifestazioni che rasentano l’autolesionismo
senza per altro poter ottenere risultati concreti.
I sindacati confederali nei confronti di quei colleghi che si stanno sacrificando portano una grave responsabilità: quella di non aver saputo e di non sapere dare degli stimoli di lotta e di resistenza adeguati alle proporzioni del fenomeno. Ricordiamo che la riforma Gelmini, con i suoi 130.000 licenziamenti e con la drastica riduzione delle attività didattiche, è davvero ‘epocale, come sostiene lo stesso ministro. Tutti i docenti ed in particolare chi l’anno scorso e chi quest’anno ha visto sfumare la possibilità di un incarico, meritano risposte concrete. Soprattutto nelle grandi città si stanno muovendo, proprio in questi giorni, nutriti gruppi spontanei di lavoratori che a grande voce chiedono di essere rappresentati in maniera più vigorosa. Chi è sull’orlo del precipizio sa di dover vendere cara la pelle, è per questo che il sindacato dovrebbe intervenire facendo dell’intero movimento un punto di forza, ricomponendo azioni frammentate, ridando voce alla speranza, togliendo dalla disperazione migliaia di lavoratori attraverso l’organizzazione di una grande lotta comune in cui non trovino più spazio inutili tentennamenti e tatticismi. Ormai si gioca a carte scoperte: siamo tutti consapevoli del futuro che ci ha imbandito il ministro Gelmini e del fatto che non ci sono altre opzioni ad uno scontro duro ed aperto. Rinunciarvi oppure gettarvisi in ordine sparso vuol dire avere già perso. Considerazioni a parte merita il discorso tenuto ieri a palazzo Chigi dal ministro Gelmini in occasione dell’apertura dell’anno scolastico. Le sue parole sono di una gravità inaudita, ma ci fanno nello stesso tempo riflettere sulla pochezza di chi pretende di massacrarci. La solidarietà che il ministro tributa nei confronti dei colleghi che stanno praticando lo sciopero della fame, se non fosse frutto di una vuota convenzionalità e di una mancanza assoluta di perspicacia politica, assumerebbe le fosche tinte del sadismo proprio del carnefice che si intenerisce per un attimo di fronte alla propria vittima. Ma alla Gelmini fa difetto pure la sinistra grandezza del carnefice. Lo si desume quando accusa i disoccupati in sciopero di essere politicizzati: è evidente che il Ministro non sa elevare il proprio pensiero oltre quel sudiciume in cui sguazza la casta cui lei stessa appartiene e proietta così sull’intero precariato quegli atteggiamenti di calcolo opportunistico, di meschinità e grettezza morale che non ci sono propri. Chi sta digiunando, chi oggi sta lottando in piazza, chi si unirà alla lotta nei prossimi giorni è spinto da ben altri interessi che quelli di partito. I precari della scuola, i docenti di ruolo come i dipendenti pubblici, come gli operai in cassa integrazione e gli operai della Fiat hanno purtroppo e per fortuna ben altre priorità che i tristi giochetti di potere. Per quanto riguarda il precariato posso tranquillamente confortare i nostri politicanti, senza tema di essere smentito, che la maggior parte di noi non ha in tasca tessere di partito né di sindacato, ma tutti noi lottiamo spinti dall’impellente necessità di mantenere una famiglia, pagare un mutuo o semplicemente perché pretendiamo che uno stato libero e democratico favorisca la costruzione, e non la distruzione, del nostro futuro di precari non più così imberbi. Ma il precariato- il ritornello già lo conosciamo- non è affare della Gelmini come le crocefissioni nella Palestina del I secolo non erano affare di Ponzio Pilato. È evidente la sterminata galassia del precariato non è il frutto delle politiche dell’attuale governo, anche se infornate di insegnanti allegramente abilitati in pochi mesi sono continuate anche sotto il regime della Gelmini. Tuttavia è chiaro che la Gelmini non è responsabile dell’intera mole del precariato, ma – cosa ben più grave- è colpevole di aver trasformato 130.000 precari in sottoprecari o disoccupati senza nemmeno prevedere dei percorsi di ricollocazione ed è colpevole di aver svuotato la scuola pubblica di ogni ruolo di formazione e di promozione sociale. Ogni testa tagliata rappresenta un calo dell’offerta formativa: ore in meno di italiano e di informatica alle medie inferiori, ore in meno di latino nei licei, di scienze e di laboratori nei professionali, risposte ridicole agli alunni più in difficoltà, ai portatori di handicap, poche possibilità di integrazione per gli alunni stranieri e di approfondimento per gli alunni più bravi. Classi di 40 alunni possono funzionare bene soltanto nella scuola del Mulino Bianco, quella dove ogni bambino ed ogni ragazzo sta tranquillo al suo banco con il grembiulino nero e la merendina che mamma gli ha messo nello zainetto; non possono funzionare nella realtà dei fatti. I nostri ragazzi si troveranno a dover affrontare impreparati l’università, molti di loro addirittura nemmeno vi si iscriveranno perché le famiglie sono già sfiduciate nei confronti di un sistema educativo e formativo non garantisce ai giovani un’ adeguata collocazione professionale. Lo stato della scuola pubblica riflette lo sfascio della nostra cosa pubblica perpetrato da una cricca di politici incapaci e corrotti, ma vergognosamente arroganti. L’accusa di politicizzazione mossa dalla Gelmini nei confronti dei precari è indicativa di come il Governo sia lontano anni luce dai problemi e dalle reali esigenze dei cittadini, il suo ostinato rifiuto di incontrare il volgo trova precedenti soltanto nella Francia degli ultimi Borboni. Ma i precari stanno guadagnando una levatura morale che comincia a far tremare il potere. Il nostro principale obiettivo non è far cadere questo governo, ma quello di promuovere la democrazia e la coscienza civile, di fondare un futuro migliore per noi e per le prossime generazioni a prescindere dalle formazioni politiche che di volta in volta guideranno il paese. Forse è proprio questo che spaventa Gelmini e compagnia, ma per raggiungere tale scopo dobbiamo rimanere tutti uniti nella lotta, confortarci a vicenda per non cadere nella morsa della disperazione, per non indulgere a controproducenti manifestazioni di debolezza. |


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