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Notizie dal comune di Novara
Novara: QUALE MEMORIA PER UNA CITTÀ SMEMORATA? PDF Stampa E-mail
Scritto da Angelo Vecchi   
Domenica 24 Gennaio 2010 18:41
Ricorre, il 27 gennaio, il Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati nei campi nazisti, istituito con la legge n. 211 del 20 luglio 2000. Negli anni seguenti, di pari passo con la decomposizione della memoria collettiva, di fronte a una società ormai incapace di ricordare e di rielaborare criticamente il proprio passato, si sono moltiplicate le “leggi memoriali”. Abbiamo infatti, con legge n. 92 del 30 marzo 2004, un Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, il 10 febbraio; con legge n. 56 del 4 maggio 2007, il 9 maggio, un'altra giornata in memoria delle vittime del terrorismo. Ultima arrivata, il 12 novembre 2009 col n.162, la cosiddetta legge Nassirya, che proclama il 12 novembre giornata della memoria dei caduti nelle missioni internazionali.

Quest’anno, il Giorno della Memoria cade in un clima, se possibile, ancora più cupo e scoraggiante. L’Italia, dopo la pulizia etnica di Rosarno, non ha più alibi per negare il suo cuore di tenebra razzista. Una delle purtroppo molte conferme della persistenza di questo lato oscuro giunge dalle proposte di intitolare vie o piazze ad Almirante, fimatario sia del manifesto della razza nel 1938 sia del bando che ordinava la fucilazione dei renitenti alla leva di Salò, cioè i ragazzi che in Ossola si rifiutavano di uccidere al fianco dei nazisti tedeschi. Un consigliere leghista è finito sui giornali per aver contestato la lettura del Diario di Anna Frank nella scuola del paese. Né possiamo illuderci che la cauta Novara sia indenne da simili tentazioni. Nell’ottobre del 2008, una persona che ricopriva una carica importante in un’associazione economica cittadina ha pubblicamente proposto di abolire dalle strade nomi “anacronistici” come Costituente, Partigiani, don Minzoni, Gramsci, Costa e Cavallotti.

Certamente, la memoria è per sua intima natura selettiva, ma c’è un abisso tra una sensata cernita, storicamente fondata e frutto di un processo di rielaborazione collettiva del passato, e il licenzioso scatenarsi del settarismo estremista, dei bassi istinti e dei più meschini revanscismi a cui stiamo assistendo. Così il nome di una modesta giornalista fiorentina è imposto all’asilo e alla scuola elementare di Varallo Sesia in nome della “resistenza antislamica”, mentre a Novara si nega crudelmente un seppur modesto riconoscimento alla memoria di Marcella Balconi, una delle poche personalità conosciute a livello internazionale che tutto ha dato alla città e ai suoi bambini. Così va bene “riabilitare” - ne avevamo proprio bisogno - un politico corrotto, contumace, latitante e più volte condannato con sentenze in giudicato, ma merita l’ostracismo una giovane e innocente vittima della mafia come Peppino Impastato. E si potrebbe continuare fino a far emergere l’immagine non tanto di un Paese spaccato quanto di un popolo che scambia l’ignoranza per la libertà, che vede con fastidio la riflessione sul proprio passato e che è insofferente dei vincoli morali imposti dalla memoria.

Questo clima cupo stende le sue nere ali sul Giorno della Memoria. Eppure, la Shoah, fino a pochi anni fa patrimonio identitario della cultura della sinistra, ha perso buona parte di questa connotazione ed è ormai un fatto storico in qualche modo riconosciuto almeno da una parte dello schieramento di destra. In ogni caso, la domanda. “Che cosa, a Novara, ricorda la shoah?”, trova una risposta quanto mai deludente: nulla. Non esiste un segno, non c’è un tributo, nemmeno un timido accenno, neppure un even, una pietruzza. Solo la desolante polvere dell’oblio e del silenzio.

Gli ebrei a Novara sono sempre stati pochissimi. L’ostilità della città, alimentata dal pregiudizio antigiudaico della chiesa, è stata indubbiamente una delle cause principali della microscopica consistenza della comunità ebraica e demarca nettamente la storia di Novara da quella dei vicini centri di Vercelli e di Casale Monferrato. Ciò nonostante anche all’ombra della cupola di san Gaudenzio si è consumato il dramma della shoah, il 19 settembre 1943. In quel giorno, i nazisti, ben indirizzati dal censimento e dalle notizie fornite dai solerti funzionari novaresi, scatenarono la caccia antisemita. Prelevarono il ragionier Giacomo Diena di 56 anni e lo zio Amadio Jona di 79 anni dalla loro abitazione a cui non fecero ritorno. Non si seppe più nulla di loro e furono inghiottiti dal buio dell’odio razziale. Dove il fatto avvenne, in piazza Santa Caterina (si chiamava allora piazza Sant’Agata), non c’è una traccia di ricordo. Della casa dove viveva la giovane Sara Bertie Kaatz, anche lei scomparsa durante il tragico rastrellamento, in viale Roma, non sono rimaste nemmeno le fondamenta. Figurarsi la presenza di un qualsiasi segno materiale del passato. Sia il padre di Bertie, Ludwig Israel, sia la madre Augusta morirono poco dopo, tra l’aprile e il novembre 1944. Il fratello Alessio riparò negli Stati Uniti. I pochi altri ebrei novaresi fecero in tempo a mettersi in salvo. All’ultimo momento, riuscì a fuggire anche la professoressa Benvenuta Treves. I fascisti avevano bruciato nel raid squadristico del 18 luglio 1922 la biblioteca che con entusiasmo e tanti sacrifici aveva allestito presso la Camera del Lavoro e di cui era orgogliosa. Con le leggi razziali, la privarono della dignità e del lavoro come agli altri studenti e docenti ebrei. Dopo la guerra, è ritornata al suo posto di insegnante. Non ha mai smesso di amare e di servire quella che era diventata la sua città. Generazioni di novaresi le devono molto, ma nessuno ha posto un segno duraturo né dove sorgeva la sua abitazione, in via Palestro, né al cinerario che conserva i suoi resti. Né esistono ricordi della maggior strage razziale d’Italia nel capoluogo della provincia a cui appartiene Meina.

Sono trascorsi 65 anni. Forse è tempo che questa città si ricordi non solo della battaglia del 23 marzo 1849, della paniscia e delle rane, di mondine e camminanti mitici e svuotati della loro concreta umanità. Forse è tempo che la memoria dell’offesa non diventi un’offesa della memoria.



 

Commenti  

 
# Offesa senza speranza 2010-01-25 11:34
Di tempo per rimediare alla memoria offesa, caro Angelo, forse non ce n'è già più. E tutto viene annientato nel buio più profondo, quello della superficialità, dell'indifferenza.
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