| APPUNTI DI VIAGGIO |
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| Scritto da Mauro Miglio |
| Giovedì 18 Marzo 2010 17:18 |
Martedì 16 marzo stavo andando con la delegazione novarese al congresso regionale della FLC-CGIL. Ci siamo fermati per fare rifornimento ad un distributore che ci ha omaggiati di una copia de ‘Il Giornale’. Se non soffrissi di claustrofobia quando sono passeggero e se la lettura non fosse un buon espediente per sconfiggere tale sindorme, mi sarei perso l’articolo di Ernesto Vergani sulla pagina culturale. Consiglio di reperirlo sull’archivio telematico del quotidiano di Feltri: si tratta della recensione dell’ultimo libro di Dario Fertillo in cui il giornalista del ‘Corriere della Sera’ racconta e documenta le atrocità perpetrate dal regime
comunista rumeno nella prigione di Pitesti tra il 1949 e il 1952.Vergani riporta dei passi significativi del lavoro del collega, testimonianze di fronte a cui si prova un senso di raccapriccio e di orrore così forti che qualsiasi forma di condanna, per quanto necessaria, risulta inadeguata. Peccato che il recensore si eserciti già nell’incipit in quell’insulsa pratica retorica di accostare fatti storici con altri fatti storici, quasi a voler dimostrare che tra mali diversi, ma sempre di enorme portata, si possano distinguere mali minori e mali maggiori e che in virtù di questi ultimi si possano in qualche modo giustificare, o per lo meno rileggere, i primi. Vergani infatti sostiene che non solo le torture e l’annichilimento delle persone operati a Pitesti vanno oltre i genocidi sovietici e cambogiani, ma addirittura ‘oltre Auschwitz e Mengele’. Da semplice appassionato di storia mi piacerebbe proprio carpire dai pontefici della materia gli strumenti con i quali misurare il livello di gravità dei genocidi e dei crimini dei vari regimi totalitari, potrei così stilare una classifica universale del male dagli antichi Assiri ai giorni nostri. Certo ne verrebbe fuori un testo cui nessuno ha posto ancora mano e, se trovassi un editore, avrei una discreta possibilità di riscuotere successo e denaro, ma il mio lavoro oltre che intorbidire la storia giustapponendo dei fatti estrapolati dal loro contesto storico e sociale, sortirebbe l’effetto di banalizzare il male. Il male invece non può essere quantificato, è male e basta, ovunque e in qualsiasi tempo si manifesti. Trovo poi curioso che la piena ( e giusta ) condanna verso i crimini del passato non ci impedisca di restare in qualche caso indifferenti verso i crimini ancora oggi praticati, in altri casi di sostenerli idealmente. Forse tra 60 anni qualche giornalista ripercorrerà le sevizie di Guantanamo o di Abu Ghraib o, per non andare troppo lontano, della caserma Diaz; forse gli uomini di allora proveranno lo stesso raccapriccio che proviamo noi oggi per i racconti di Pitesti. Forse sarà proprio così, ma nel frattempo altri regimi, più o meno velatamente totalitari, semineranno altro dolore tra la beata indifferenza o approvazione degli uomini a venire. |


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Martedì 16 marzo stavo andando con la delegazione novarese al congresso regionale della FLC-CGIL. Ci siamo fermati per fare rifornimento ad un distributore che ci ha omaggiati di una copia de ‘Il Giornale’. Se non soffrissi di claustrofobia quando sono passeggero e se la lettura non fosse un buon espediente per sconfiggere tale sindorme, mi sarei perso l’articolo di Ernesto Vergani sulla pagina culturale. Consiglio di reperirlo sull’archivio telematico del quotidiano di Feltri: si tratta della recensione dell’ultimo libro di Dario Fertillo in cui il giornalista del ‘Corriere della Sera’ racconta e documenta le atrocità perpetrate dal regime
comunista rumeno nella prigione di Pitesti tra il 1949 e il 1952.
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