| Novara corrotta: un sito denuncia la situazione novarese |
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| Scritto da www.propostacomunista.org |
| Giovedì 15 Luglio 2010 17:27 |
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(www.propostacomunista.org) (...) Una breve panoramica sui procedimenti in corso consente di correggere alcune opinioni tanto diffuse quanto fasulle. La prima riguarda il solito discorso che i corrotti sarebbero l’inevitabile “mela marcia” in una profumata cassetta di mele sane. La realtà è opposta: nessuno sarebbe così stupido da comprare una simile cassetta maleodorante in cui i frutti infetti guastano i pochi che ancora non lo sono. Un’altra opinione generale è che la corruzione venga soprattutto dall’alto e dagli apparati centrali dello stato. La Lega ha messo questa secolare diffidenza dei ceti popolari al centro della sua propaganda e ne ha fatto la sua fortuna elettorale, ma il profondo Nord è tutt’altro che un’isola felice. La corruzione
striscia ovunque, ha sempre fame, è di bocca buona e si nutre di tutto dal centralismo romano alla provincia “federalista”, dai padroni del vapore del Nord ai padrini mafiosi del Sud.
Ancora, percezione diffusa è che la corruzione parta dalla politica per contagiare l’economia e che l’impresa sia in definitiva la vittima di politicanti famelici e insaziabili. In realtà, la corruzione è diventata un ingranaggio insostituibile del profitto. Essa è il prodotto inevitabile sia della deregolamentazione selvaggia e della globalizzazione di capitale, mercato e finanza, sia dello sfruttamento intensivo, senza barriere, senza più diritti e senza dignità dei lavoratori, del lavoro e delle risorse naturali. Sempre i soliti antenati. Il Novarese può vantare - si fa per dire – un autentico precursore nel campo del malcostume politico: l’ex ministro e segretario socialdemocratico Franco Nicolazzi. Condannato a cinque anni per concussione nel processo per le cosiddette carceri d’oro, ha costruito il suo potere su di un efficiente sistema di clientele locali. In un’intervista del luglio 2008, ha confessato che solo “a Gattico avrò sistemato mille persone, la metà del paese” e che “in Ossola su 142 cantonieri 130 erano iscritti alla UIL”. Lui la definisce “raccomandazione del bisogno” e la giudica un “dovere” del politico nei confronti dell’elettorato, ma altro non è che il solito marciume corrosivo del voto di scambio. Purtroppo, tangentopoli non ha portato affatto allo smantellamento del sistema di potere della cosiddetta prima repubblica. Pezzi importanti degli apparati craxiani, socialdemocratici e democristiani sono emigrati nei “nuovi partiti” e, in particolare, in Forza Italia. Per esempio, dal 1994 tra i pionieri novaresi del partito di plastica, troviamo uomini dello stato maggiore del PSDI, come Pierluigi Gallarini, Maurizio Pagani e Gianangelo Scotti, ed esponenti della “Novara da bere”, come Armando Riviera. Anche il “partito del cemento”, un altro dei pilastri di quel sistema di potere, è uscito indenne e rafforzato dalle inchieste giudiziarie di quegli anni. Un nome vale per tutti, quello di Marcellino Gavio. Coinvolto in Mani pulite, ha evitato l’arresto con oltre un anno di latitanza all’estero. Una volta prescritti i reati, è ritornato alla guida di un impero che va dalle autostrade, di cui è il secondo operatore nazionale, alle costruzioni, dall’energia alla logistica, dall’agricoltura a banche e assicurazioni, con una presenza strategica e consistente anche nel Novarese. Un tempo, dalle casse delle imprese di Gavio uscivano generosi finanziamenti per il grande amico Franco Nicolazzi ma anche per il PSI di Craxi, la DC di Gava e altre forze dell’arco costituzionale. Altruista e disinteressato fino alla sua recente scomparsa, nelle elezioni del 2008, Marcellino ha regalato ben 600mila euro a Forza Italia, né si è dimenticato di gratificare con una mancetta di 10mila euro la federazione novarese della Lega guidata da Cota. Sul carro del partito del cemento, siede un’altra vecchia volpe nicolazziana, Giuseppe Cerutti. Nel 2004, fu indagato senza conseguenza dalla procura torinese in qualità di presidente della SITAF per turbativa d’asta e abuso d’ufficio negli appalti per la XX Olimpiade invernale. In quella circostanza, “La Stampa” lo definì “uno dei referenti della Casa della Libertà nel settore autostradale”. Nel luglio 2009, è stato eletto nel Consiglio di Amministrazione dell’ANAS, carica che lo proietta tra le massime potenze del PdL novarese. E non solo. I tentacoli di Roma. Le grandi inchieste che fanno polverone su giornali e televisioni spingono qualche tentacolo fino a Novara. L’esempio più clamoroso è quello relativo al Laziogate. Il caso scoppiò a Roma a ridosso delle elezioni regionali del 2005, quando emersero precise responsabilità a carico del ministro Francesco Storace costretto alle dimissioni. Per danneggiare gli avversari politici, in particolare Piero Marrazzo e Alessandra Mussolini, Storace promosse un’attività di spionaggio e istigò alla violazione del sistema informatico del Comune di Roma, reati per i quali è stato condannato a un anno e sei mesi. Le indagini portarono alla scoperta di una rete spionistica illegale diffusa su tutto il territorio nazionale di cui facevano parte anche due ufficiali della GdF di Novara, i marescialli Franco Amato e Francesco Liguori accusati di associazione per delinquere, corruzione, violazione del segreto d’ufficio e della privacy. Il primo imputato ha scelto il rito abbreviato ed è stato condannato a un anno e un mese con la condizionale. Il secondo ha scelto di andare al dibattimento, ma il processo ha subito un’interruzione dovuta all’arresto del suo avvocato difensore che, nel settembre 2008, aveva… rapinato 150mila euro a due facoltosi clienti proprio nel suo studio in pieno centro di Novara. Qualche schizzo di fango del caso Nicola Di Girolamo, il parlamentare del PdL eletto nella circoscrizione degli italiani all’estero con i voti della ‘ndrangheta e indagato per rapporti con le organizzazioni criminali e riciclaggio, ha inzaccherato il sindaco di Verbania. Il pregiudicato Stefano Andrini, un diretto collaboratore del parlamentare del PdL, avrebbe caldeggiato nel 2008 l’inserimento del Di Girolamo nella lista dei candidati del centro-destra. Tuttavia, secondo quanto è stato pubblicato da “Il Foglio Quotidiano”, l’invito sarebbe stato accolto non proprio in maniera disinteressata. Infatti, l’imprenditore Gennaro Mokbel, per facilitare quella candidatura Di Girolamo, avrebbe ammorbidito Zacchera con “una piotta”, cioè 100mila euro. Zacchera ha smentito e minacciato querele. Anche il sistema bancario ha dovuto fare i conti coi disastri della finanza creativa e con le irregolarità inevitabilmente connesse. La BPN, dal 2002 parte del Banco Popolare presieduto da Carlo Fratta Pasini, uomo considerato vicino all’Opus Dei, ha dovuto affrontare la partita del crack e del buco nero dei titoli tossici della Banca Italease, attiva nel campo immobiliare e condotta al disastro da Massimo Faenza. Pertanto, il bilancio del 2008 si è chiuso con una perdita di 333 milioni e senza dividendi. Al risultato pesantemente negativo ha contribuito pure l’incauta acquisizione della Popolare di Lodi, ex gruppo Fiorani, che ha recato in dote, oltre a un corposo contenzioso fiscale, un rosso di 55 milioni di euro. Nel 2009, amministratori e sindaci del Banco sono stati sanzionati da Bankitalia per un importo di 324mila euro. Invece, la BPI, sempre per la questione Italease, è finita nella rete della Consob, l’autorità di vigilanza della Borsa, per insider trading, cioè per l’uso scorretto di informazioni riservate e sconosciute ai concorrenti. Nel frattempo, è giunto a conclusione il processo per il crack Finpart, la holding della moda fallita nel 2005 lasciando un buco di 300 milioni di euro, con la condanna dell’ex direttore generale BPI Giovanni Brumana a tre anni e sei mesi per concorso in bancarotta fraudolenta e ostacolo all’autorità di vigilanza. Il cuore della corruzione rimane l’impresa capitalistica. Come ai tempi di Tangentopoli, il vero cuore pulsante del sistema di corruzione rimane l’impresa. Pressato dalla diminuzione dei profitti e dalla sua crisi, il capitale calpesta le regole che un tempo aveva proclamato inviolabili. La storia di questo ultimo trentennio è stata caratterizzata dalla continua erosione dei più elementari diritti e della dignità dei lavoratori, dalla demolizione delle “norme” sulla concorrenza, dallo smantellamento dei vincoli posti dallo stesso stato borghese, dal totale imbarbarimento del mercato, dalla speculazione selvaggia e dalla finanza “creativa”. La corruzione, le frodi, l’evasione fiscale e contributiva sono dilaganti ovunque: recentissimo, l’ennesimo caso di un piccolo imprenditore del Lago d’Orta che sarebbe riuscito a frodare il fisco di ben 20 milioni di euro. All’ombra della new economy, del precariato e dello sfruttamento selvaggio dei lavoratori, sono spuntati “miracoli” come Fastweb, creatura del novarese Silvio Scaglia, il tredicesimo uomo più ricco d’Italia sotto inchiesta con l’accusa di riciclaggio e reimpiego di capitali realizzati con frode fiscale nel periodo 2003-2006. Meccanismi di questo genere o simili sono facilmente rintracciabili nelle storie di numerose fabbriche o aziende novaresi che sono state chiuse in questi ultimi anni. Scegliamo un caso fra i tanti per il suo carattere esemplare: Phonemedia. Questa impresa di telemarketing, avviata nel 2002 da Fabrizio Cazzago, giunse a occupare circa 7.000 lavoratori, di cui oltre 1.200 in Piemonte con le maggiori concentrazioni a Novara (700 dipendenti) e Trino (300 dipendenti). Dal dicembre 2008, i salari vengono corrisposti irregolarmente e, dall’estate 2009, non vengono nemmeno più pagati. Nel frattempo, Cazzago cede l’azienda fortemente indebitata al gruppo Omega, un sistema di scatole cinesi che ha già assorbito Agile ed Eutelia. Al vertice di Omega, sono collocati personaggi come Sebastiano Liori, già coinvolto e condannato col fratello Antonio Angelo in una serie di bancarotte fraudolente, tra cui quella della Cartiera di Arbatax in Sardegna, e Claudio Marcello Massa. Cazzago aveva ottenuto per anni sgravi fiscali, fondi comunitari e lasciato un debito di 70 milioni di euro con l’INPS. Il commissario giudiziale, posto a capo dell’azienda dal tribunale di Novara, ha inoltre accertato un altro buco verso fornitori di circa 50 milioni di euro. Come se non bastasse, la GdF di Catania ha raccolto elementi che collocano Phonemedia all’interno di una colossale raggiro ai danni dello stato che avrebbe fruttato ai promotori 34 milioni di euro. Al vertice della piramide truffaldina ci sarebbero Giancarlo Catanzano, già consigliere e amministratore della sede di Novara di Phonemedia, ed Ermanno Traverso. Mediante le solite scatole cinesi di imprese nazionali ed estere, avevano creato un sistema per vendere software avariato, per produrre fatture false e ottenere contributi dallo stato e dalla UE. Intanto, Cazzago con Traverso ed Ernesto Gasparro, hanno costituito a Novara e Vercelli nuove imprese “dormienti” nel campo del biogas, dell’eolico e del fotovoltaico. La presenza di Gasparro, consigliere PdL a Vercelli, porta a Roberto Rosso, di cui gode la fiducia tanto da essere collocato alla presidenza di “Terre d’Acqua della provincia aurea”, la principale macchina propagandistica, alimentata da contributi pubblici, del vicepresidente della Regione Piemonte. I legami tra Rosso, ex vicesegretario regionale DC confluito nel 1994 in Forza Italia, e Phonemedia sono molteplici. Amico personale di Cazzago, lo avrebbe convinto a impiantare il suo call center a Trino anziché a Pero. Inoltre, Rosso ha utilizzato Phonemedia per la sua campagna elettorale e, tra settembre e ottobre 2009, nel pieno della lotta Phonemedia, ha spedito diverse lettere ai lavoratori rassicurandoli e invitandoli alla calma nel tentativo di evitare troppo rumore attorno all’impresa dell’amico. Rosso ha giocato su due tavoli, amico degli artefici del crack e amico dei lavoratori che ne sono le vittime: una posizione scomoda e insostenibile che incrina non poco il suo ruolo di uomo forte del PdL e di contrappeso di Cota in regione. Il facile successo dei grandi ed elaborati sistemi di corruzione devono aver convinto anche qualche intraprendente pesce piccolo a riproporli su scala ridotta. Tali appaiono i contorni di un altro scandalo novarese, il cosiddetto caso del maresciallo Domenico Staffieri scoppiato nell’autunno del 2009. L’ex comandante del nucleo dell’Ispettorato del Lavoro di Novara sarebbe stato a capo di un reticolo di amicizie e complicità attraverso le quali cancellava multe, evitava o mitigava verifiche in azienda, o viceversa le procurava ai concorrenti degli amici. I giornali hanno riportato una sorta di tariffario: un operaio morto in cantiere “pare per infarto” si aggiustava con 100mila euro, mentre un piccolo imprenditore padano pizzicato con un lavoratore immigrato irregolare poteva cavarsela con una mazzetta e il regalo di una… lavatrice. Si sa, i panni sporchi è meglio lavarli in casa. I “favori” potevano inoltre essere compensati con appartamenti, auto, cene e pranzi, pieni di benzina, forniture varie. Nel tesoretto accumulato, che verrà posto all’asta, pare ci siano anche due bancali di… carta igienica. Le accuse vanno dal peculato alla corruzione, dal riciclaggio alla ricettazione. Nella rete dell’attivissimo maresciallo sono finiti, tra gli altri, l’imprenditore edile Andrea Giulio, che ha patteggiato 2 anni e 9 mesi; il responsabile della sicurezza della Pavesi, Rocco Majorana; il rubinettaio Pier Luigi Nobili; il capo del personale della Caleffi, Massimo Portone. Per il 27 luglio, è prevista la terza e ultima fase del processo. Esempi di “buongoverno” della destra. Di fronte alle dimensioni impressionanti degli affari dei veri professionisti della corruzione, pullulano qua e là diversi scandalucci dozzinali. Così, possono apparire come imitazioni malriuscite e piccolezze un ex sindaco di Macugnaga condannato per tangenti in relazione a ristrutturazioni alberghiere; due padroncini e un impiegato comunale di Stresa rinviati a giudizio per turbativa d’asta; un consigliere di Cureggio condannato per presunto furto di un’arma da fuoco; un ex assessore regionale di Verbania condannato dalla Cassazione per corruzione; un dirigente delle partecipate di Novara indagato per voto di scambio; un ex assessore al Commercio di Domodossola condannato per truffa aggravata; un assessore ai Lavori Pubblici di Novara sotto inchiesta con qualche dirigente e funzionario per corruzione e turbativa d’asta; un presidente della Provincia di Vercelli preso con le mani nella marmellata; un ex assessore provinciale di Vercelli imputato di concussione; e via elencando. Rammentando che fino alla condanna definitiva vige la presunzione d’innocenza, lasciamo ai lettori indovinare la collocazione politica di questi personaggi. Di sicuro, un quadro così desolante dello stato dell’amministrazione locale sarebbe stato semplicemente inimmaginabile qualche decina di anni fa, quando ancora non esistevano i “circoli del buongoverno”. Per gli aspetti paradossali, e per il silenzio che lo circonda, vale la pena di citare a conclusione del nostro breve viaggio nella Novara corrotta il caso di Vinzaglio. Il piccolo comune ha riconfermato il 6-7 giugno 2009, col 77,25% dei voti, un sindaco del carroccio finito anche lui nella famosa inchiesta per corruzione dell’ottobre 2009. Insieme al sindaco sono stati oggetto di vari provvedimenti dell’autorità di polizia i componenti di un gruppo di malaffare su cui sono ricadute le accuse di turbativa d’asta, illeciti edilizi, concussione, abuso d’ufficio, false attestazioni e perfino circonvenzione d’incapace, una povera donna di 75 anni affetta da demenza senile. Tra gli episodi emersi nelle indagini vi sarebbe anche il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. A Vinzaglio, risulterebbero infatti residenti degli immigrati che, in questo modo, riuscivano a ottenere il permesso di soggiorno. E c’è da scommetterci che anche qui il favore non era gratis. Il Vinzaglio-gate ha registrato inoltre due episodi veramente oscuri: il primo è la scissione avvenuta in seno all’opposizione di estrema destra che ha portato alla formazione di un gruppuscolo neofascista delle camicie ocra facente capo a Gaetano Saya; il secondo l’incendio doloso che, nel febbraio scorso, ha ridotto in cenere il comando della polizia municipale ed eventuali prove dei reati contestati. Qui si conclude la nostra inchiesta con una domanda: la corruzione incalzante è un prodotto della caduta dei valori morali? Ci sarebbe piuttosto da chiedersi: quale moralità ha mai avuto il capitale? Quando gli serviva una sponda etica non ha esitato a far propria quella delle religioni oppure, attraverso il compromesso socialdemocratico, non ha esitato ad attingere all’enorme riserva di umanesimo del movimento operaio. No, il problema non è mai stato “morale”. Il problema è semplicemente il profitto. La crisi e la distruzione delle risorse del pianeta inesorabilmente lo assottigliano. E tutto va bene per recuperare. Anche la corruzione fatta sistema. Qui potete leggere la versione completa dell'articolo |


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