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Notizie dal comune di Novara
Nel primo anniversario della morte del capitano Enrico Massara PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Omodeo Zorini   
Lunedì 06 Settembre 2010 15:20
7 settembre 2009 - 7 settembre 2010. Il capitano Enrico Massara è stato per molti antifascisti della mia generazione uno dei nostri “maggiori”. Vice-padri di incommensurabilità morale, che nel guado tra adolescenza e vita adulta, hanno incuneato, coscienti e meno, il loro modello di umanesimo militante a colmare, dissipare e sublimare una nostra orfananza politica e affettiva, facendola revocare in posizionamento esistenziale votato all’impegno. Mosaico di amicizie e solidarietà indistruttibili che talvolta segnano di consapevolezza la giovinezza di una generazione. Gioventù, in ogni tempo, senza vie di fuga, tralasciata, omessa, negletta. Eppure bisognosa di luce chiara nel patto dell’ideale, del legame, della parola. La fiducia nella parola e nell’azione coerente è un tesoro che rimane a disposizione dell’inventiva, la fedeltà al desiderio orientato all’impossibile per perseguire nuove strade senza farsi misurare dal calcolo dei risultati, oltrepassata la strettoia dei fatti inoppugnabili.

    Da uomini come Enrico abbiamo capito che si può ricusare la disciplina gregaria, che non si deve stare mai alla finestra né vivere per conto terzi. Per metterci di fronte a un tempo occultato della nostra storia, ricercare e trasmettere ciò di così sigillato che la storia ufficiale non racconta e il senso comune si fa sovente scippare. Increduli, stupiti e scossi perché non informati di un tempo sconosciuto di cui vale la pena riappropriarsi. Sì la pena, perché chi più capisce più patisce.

     Enrico è stato l’incarnazione della mitezza. In Elogio della mitezza, Bobbio ci dice che “Il mite è un uomo tranquillo, ma non remissivo, né arrendevole e neppure bonario”. Ciò spiega la vita di Enrico, combattente ma pacato, rispettoso degli altri, etico più che politico, punto di riferimento per tutti, nella Resistenza e nel suo partito, grazie all’equilibrata saggezza. La mitezza è virtù per eccellenza da non confondere con la modestia o l’umiltà. E’ la più impolitica delle virtù, la si scopre in un viaggio di esplorazione oltre la politica, è fatta di tolleranza, di etica laica e di etica religiosa, di impegno civile, si nutre di dubbio e di dialogo, dobbiamo imparare a seminare dubbi più che a raccogliere certezze.

     Ma il mite sa scegliere e, tra cedimento alla prepotenza e capacità di sentenza, si fa partigiano, partecipa e parteggia, conscio che la verità è nuda, la giustizia bendata e la memoria corta. Prova pungente il richiamo alla responsabilità storica che vuole tutti attivi e non ammette agnosticismo e indifferenza. Abbandona la schiera degli ignari e ignavi, timidi e contorti quando non collusi, che per autolesionismo procedono alla liquidazione di un’eredità troppo greve per le loro rachitiche spalle, dissipazione di riserva di valori, senso di condivisione e responsabilità comuni.

      Il Presidente Enrico, campione di mitezza e di risolutezza, ci ha detto che il passato fa sempre parte del presente, e una speranza c’è e sta nelle nostre mani. Il bastone di castagno, scettro di comando nel mondo agrario fascista novarese, è stato spezzato una volta da uomini miti come lui, che pur ci ammonivano che l’odio è per due terzi fatto del nostro amore. Mani di gente comune che hanno piegato il destino: potere onnipervasivo e resistenza al potere per sottrarci alla sua rapacità di rovina.

     Quella dell’Ossola partigiana della sua giovinezza è stata Repubblica dell’utopia. Epos di uomini che vinsero e non trionfarono mai, ma non furono mai vinti idealmente se non dal malodore di rovine umane inabitabili che talvolta va sotto lo specimen di una politica del metodo della putrescenza, e lasciarono un segno incancellato e incancellabile, vita intellettuale e azione dal respiro ampio plurale incitatore. No, non si butta via, per tutto l’oro del mondo, con le parole dello storico del suo partito socialista, Gaetano Arfé “una storia che ha avuto colori e piglio dell’epopea e l’allure d’une chanson de gestes”.

      Quella stanchezza mortale che sentimmo in lui specie nell’ultima torrida estate ha potuto trovare sollievo soltanto nel riposo, nel silenzio della morte e ad essa ora si addice il raccoglimento, la commozione intima di coloro che gli sono stati più vicini.

            E noi vogliamo stare con gli uomini che ricercano, e finché continueremo a porre e a porci le loro domande essi non moriranno mai.

 

Commenti  

 
# Capitano mio capitano 2010-09-07 08:47
Ho avuto la splendida fortuna di essere stato per anni al fianco di Enrico nella sezione Matteotti del psi, io giovane segretario e lui attento maestro di vita etica e passione politica. Più che commemorarlo dovremmo avere tutti il dovere morale di continuare la lotta quotidiana perché questo paese sia ogni giorno migliore. Solo così onoreremo lui e gli eroi di Megolo, solo così potremo dedicargli veramente le parole di Whitman: "O Capitano! Mio Capitano!
alzati a sentire le campane; alzati - per te la bandiera è gettata - per te la tromba suona, per te i fiori, i nastri, le ghirlande -
per te le rive di folla per te urlano, in massa, oscillanti, i volti accesi verso di te;
ecco Capitano!
Padre caro!"
e aggiungo grande compagno!
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