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Notizie dal comune di Novara
Comitato precari Novara: mobilitarsi subito per la scuola PDF Stampa E-mail
Scritto da Comitato precari e sottoprecari Novara   
Mercoledì 16 Giugno 2010 15:26
Di fronte allo sciagurato intento del Governo Berlusconi di affossare, colpo dopo colpo, la scuola pubblica, di infliggerle ferite difficilmente rimarginabili in una corrida di annunci, spot, campagne denigratorie, dati incerti e contrastanti utilizzati come prove scientifiche a supporto di tagli indiscriminati, i Coordinamenti dei precari sorti in tutta Italia in seno alla FLC-CGIL  dichiarano a piena voce la loro indisponibilità alla rassegnazione, ma, posta mano ad una lunga serie di rivendicazioni, proclameranno nei prossimi giorni un calendario di mobilitazioni sia territoriali che regionali e nazionali che dovrebbero accompagnarci da qui a settembre per poi lanciare un’intera stagione di lotta.

Quello che più ci preme è mobilitarci da subito, coinvolgere il numero più alto di lavoratori della scuola, ma anche di famiglie e di movimenti della società civile, consapevoli che l’attesa gioca a nostro sfavore. L’attendismo non è la nostra politica e lo dimostrano le manifestazioni del 29 maggio a Torino, del 2 giugno a Milano in cui i precari della scuola hanno sfilato rivendicando il diritto costituzionale di avere una scuola pubblica di qualità e aperta a tutti, ma lo dimostrano anche le mobilitazioni dei precari dell’Università che nelle scorse settimane hanno occupato numerosi Atenei anche a Torino. Intanto il 12 giugno si è svolta una grande manifestazione a Roma cui hanno partecipato 100.000 lavoratori della scuola e di tutto il pubblico impiego e per il 25 giugno è previsto uno sciopero con manifestazioni locali mentre nei prossimi giorni molti insegnanti delle scuole superiori aderiranno allo sciopero degli scrutini.

Dopo aver sperimentato- noi e soprattutto le famiglie- i disservizi e lo scadimento qualitativo della scuola nel primo anno di regime Gelmini, dopo aver constatato che la riforma delle superiori è di stampo fortemente classista in quanto vengono colpiti soprattutto gli istituti tecnici e professionali con la soppressione di molti laboratori qualificanti ( e questo in contraddizione con il pensiero diffuso che la scuola deve preparare al lavoro ), i Coordinamenti dei precari non possono restare a guardare supinamente.

Ci opponiamo con forza al piano di 8 miliardi di risparmio voluto da Tremonti, che si traduce in 130.000 insegnanti e Ata precari completamente fatti sparire dal mondo del lavoro, in ore di lettere, tecnologia e laboratori tecnici in meno, nell’eliminazione delle compresenze con la conseguente impossibilità di seguire con percorsi individualizzati gli alunni svantaggiati, nella creazione di classi numerose a scapito delle vigenti norme di sicurezza. Pertanto chiediamo :

    * il ritiro dei tagli- già attuati nella primaria e nella media inferiore e previsti per le superiori e ancora per la primaria- e la concessione di tutti i posti richiesti e necessari;
    * l’immissione in ruolo sulle cattedre vacanti;
    * stipulazione di contratti pluriennali per il personale precario;
    * ripristino del rapporto insegnanti di sostegno/alunni disabili, tenuto conto che solo nella Regione Piemonte il numero di alunni certificati è salito di quasi 400 unità a fronte dello stesso numero di insegnanti di sostegno mentre la Corte di Cassazione ( sentenza n.80/2010) stabilisce che il rapporto sia di 1/1 nei casi di grave handicap;
    *   reperimento di maggiori risorse per l’organico di fatto da destinare alle scuole a rischio dei contesti de periferie metropolitane.

L’accanimento del Governo contro la scuola pubblica e in genere contro tutto ciò che è pubblico, ha ritrovato nuovo vigore in questi ultimi giorni con il varo della manovra correttiva di Tremonti: 25 miliardi, molti dei quali di tagli che colpiscono tutto il pubblico impiego attraverso il congelamento degli stipendi fino al 2013.

Ci troviamo di fronte al piano dichiarato di far ricadere su alcuni cittadini più che su altri, su lavoratori dipendenti, parasubordinati e pensionati i costi di una politica incapace e corrotta, di un’economia asfittica, di una classe imprenditoriale che vuole essere competitiva riducendo i costi del lavoro e della sicurezza.

Ma in particolare noi precari abbiamo già sperimentato le conseguenze della tanto decantata moderazione salariale. Le scuole vantano ormai crediti nei confronti del Tesoro per centinaia di milioni e pertanto non possono liquidare gli stipendi di molti di noi.

Sia in ambito pubblico che privato vanno stigmatizzate, combattute e compensate le differenze di trattamento economico e di continuità di rapporto cui sono sottoposti lavoratori precari o parasubordinati e lavoratori di ruolo o a tempo indeterminato in modo da eliminare l'ingiusta contrapposizione di interessi tra lavoratori di “serie A” e lavoratori di “serie B”.

Le nostre rivendicazioni quindi sono anche di carattere retributivo e fiscale. Chiediamo:

    * Che vengano trasferite risorse alle istituzioni scolastiche perché possano procedere al pagamento degli stipendi e degli arretrati ai precari con nomina di circolo o d’istituto;
    * Riconoscimento della voce stipendiale ‘retribuzione professionale docenti’ ai precari con nomina di circolo o d’istituto: questi infatti percepiscono in media 150 euro mensili in meno rispetto agli altri anni o ai colleghi stipendiati dal Tesoro.
    * Riconoscimento degli scatti di anzianità per tutto il personale precario che abbia lavorato almeno 180 giorni all’anno negli ultimi tre anni.
    * Ritiro del blocco degli stipendi dei pubblici dipendenti previsto nella manovra correttiva.
    * Abolizione degli acconti, una super tassa sul precariato pari a quasi il 100% dell’Irpef che colpisce i lavoratori a termine di ogni settore pubblico e privato.

      Per i precari di terza fascia non abilitati si sta inoltre giocando una partita decisiva per quanto riguarda i canali di accesso all’insegnamento. È  approdato da poco in Senato il disegno di legge con cui si vogliono istituire i tirocini formativi attivi in sostituzione delle Ssis.

      Il ddl così com’è non ci convince, chiediamo che sia rispettato il parere espresso dal Consiglio di Stato e in particolare:

          o L’accesso diretto e in soprannumero al TFA per chi può vantare 360 giorni di servizio
          o La conversione in crediti  formativi del servizio prestato
          o Borse di studio per fasce di reddito per la copertura dei costi di iscrizione.
          o Garanzia che al TFA possano accedere anche gli insegnanti di scuola primaria in possesso di diploma magistrale conseguito prima del 2000.
          o Un piano pluriennale degli accessi e quindi un allungamento della fase transitoria, in modo da dare risposta a tutte le legittime aspettative.

      Infine siamo determinati ad opporci ad ogni disegno di regionalizzazione che istituisca un albo professionale svincolato da graduatorie e che limiti la possibilità di lavorare su tutto il territorio nazionale.

      In linea generale riteniamo infauste le misure perseguite in questi anni dal Governo Berlusconi sia in materia di macro economia sia nello specifico in materia di istruzione pubblica e università.

      Di fronte ad un tasso crescente della disoccupazione e in particolare della disoccupazione giovanile ( 20% ), il Governo ha risposto con il più massiccio licenziamento di giovani della storia repubblicana.

      Riteniamo che per combattere seriamente la crisi ci vogliano risorse da distribuire ai settori strategici del Paese, non tagli. Risorse da reperire attraverso una politica fiscale equa che colpisca i redditi più elevati e le rendite, attraverso una impietosa lotta al sommerso che non conceda più nulla, come purtroppo accaduto in dieci anni di condoni, agli evasori di varia natura.

      La scuola pubblica non può essere liquidata come un costo farraginoso, ma essa svolge un ruolo fondamentale per la crescita civile e democratica del  Paese e rappresenta un investimento per un futuro sviluppo economico, ecco perché la nostra non è solo una battaglia prettamente sindacale per rivendicare un posto di lavoro sicuro, ma prima ancora nasce come una presa di coscienza contro scelte economiche inadeguate, contro il degrado culturale in atto e contro un’idea di democrazia autoritaria.

 

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